APPUNTAMENTI DIOCESANI 2010-2011

Mattinata diocesana di spiritualità d’Avvento: domenica 28 novembre a Lodi, Seminario, ore 9-12 (con la messa)
Mattinata diocesana di spiritualità di Quaresima: domenica 13 marzo 2011 a Lodi, Carmelo, ore 9-12 (con la messa)
Esercizi spirituali diocesani: da venerdì 8 a domenica 10 aprile 2011
Ritiro di preparazione alla professione di fede: lunedì 11 aprile ore 21 a Lodi, Casa della Gioventù
Veglia dei giovani con la professione di fede: sabato 16 aprile

Cammini vicariali

Vicariato di Lodi città
martedì 19 ottobre 2010
martedì 14 dicembre 2010
martedì 15 febbraio 2011

Vicariati di Casalpusterlengo e Codogno
Giovedì 28 Ottobre 2010
Venerdì 19 Novembre 2010
Venerdì 11 Febbraio 2011
Questa la struttura: ore 19.30 (per chi può) preghiera della Cappella dell’Oratorio, segue cena al sacco; ore 20.30 inizio attività per tutti; ore 22.15 conclusione. Sede: Oratorio S. Luigi di Codogno (via S. Francesca Cabrini, 32)

Vicariati di Lodi Vecchio e S. Angelo Lodigiano
domenica 21novembre 2010 a S. Angelo Lodigiano (oratorio San Rocco) dalle ore 18
domenica 6 febbraio 2011 a Cerro al Lambro (oratorio) dalle ore 18
domenica 20 marzo 2011 a Lodi Vecchio (Casa della Gioventù) dalle ore 18

Vicariato di Spino d’Adda
Domenica 14 Novembre delle18,30 alle 21,00
Domenica 6 Febbraio dalle ore 18,30 alle 21,00
Domenica 27 Marzo dalle ore 18.30 alle 21.00

Mattinata diocesana di spiritualità d’Avvento: domenica 28 novembre a Lodi, Seminario, ore 9-12 (con la messa)
Mattinata diocesana di spiritualità di Quaresima: domenica 13 marzo 2011 a Lodi, Carmelo, ore 9-12 (con la messa)
Esercizi spirituali diocesani: da venerdì 8 a domenica 10 aprile 2011
Ritiro di preparazione alla professione di fede: lunedì 11 aprile ore 21 a Lodi, Casa della Gioventù
Veglia dei giovani con la professione di fede: sabato 16 aprile

Cammini vicariali

Vicariato di Lodi città
martedì 19 ottobre 2010
martedì 14 dicembre 2010
martedì 15 febbraio 2011

Vicariati di Casalpusterlengo e Codogno
Giovedì 28 Ottobre 2010
Venerdì 19 Novembre 2010
Venerdì 11 Febbraio 2011
Questa la struttura: ore 19.30 (per chi può) preghiera della Cappella dell’Oratorio, segue cena al sacco; ore 20.30 inizio attività per tutti; ore 22.15 conclusione. Sede: Oratorio S. Luigi di Codogno (via S. Francesca Cabrini, 32)

Vicariati di Lodi Vecchio e S. Angelo Lodigiano
domenica 21novembre 2010 a S. Angelo Lodigiano (oratorio San Rocco) dalle ore 18
domenica 6 febbraio 2011 a Cerro al Lambro (oratorio) dalle ore 18
domenica 20 marzo 2011 a Lodi Vecchio (Casa della Gioventù) dalle ore 18

Vicariato di Spino d’Adda
Domenica 14 Novembre delle18,30 alle 21,00
Domenica 6 Febbraio dalle ore 18,30 alle 21,00
Domenica 27 Marzo dalle ore 18.30 alle 21.00

  

 IL CAMMINO VERSO LA PROFESSIONE DI FEDE DEI DICIOTTENNI

Quale obiettivo vogliamo raggiungere con il cammino per i diciotto-diciannovenni?

Quando questa fascia d’età è ancora presente, in oratorio e in parrocchia, si tratta di qualche unità, nelle comunità maggiori forse un paio di decine, di adolescenti che in un modo o nell’altro han dato una certa continuità al loro percorso. Sono i fedeli alla proposta della catechesi, gli animatori volenterosi del Grest. Magari qualcuno di loro è già coinvolto nel servizio di educazione alla fede: aiuto catechisti, educatori associativi...

Il più delle volte fanno parte di un gruppo di catechesi che comprende anche ragazzi e ragazze più giovani o un pochino più grandi. Possiamo anche dire, serenamente, che sono un’élite. Che cosa può offrir loro il cammino verso la professione di fede?

In questi anni l’esperienza di chi ha accompagnato giovani come loro è questa: la fede è comunque anche una questione aperta. Questi adolescenti vivono un certo grado di appartenenza e partecipazione alla vita della comunità. Ma si affacciano spesso in loro alcune domande, alcune perplessità, ovvero essi attraversano alcune esperienze molto concrete in cui la loro "appartenenza" vien messa alla prova e in qualche modo suscita la questione della fede. Si vorrebbe dunque partire da questa fase di passaggio, non solo per tentare di portare a galla le questioni, ma anche per offrire a chi vuol partecipare al cammino l’occasione per una personalizzazione della fede tramite un confronto con il proprio sacerdote o guida spirituale. Infine, il livello vicariale e diocesano diventa per questi giovani (che spesso si sentono "pochi" lì dove vivono) il luogo in cui sperimentare che esistono altri coetanei come loro che stanno camminando nella fede.

I tre livelli: parrocchiale, vicariale, diocesano

Dunque, non si tratta di fare un doppione della catechesi parrocchiale (dove c’é) né di sostituirla o supplirla (se non c’é), ma di offrire un livello vicariale in cui alcune questioni, magari già affrontate negli anni precedenti, tramite un’esperienza, una testimonianza qualificata siano riprese sinteticamente, discusse e poi rilanciate. Alla fine di ciascun incontro si vuol consegnare ai partecipanti una scheda di domande, da rivedere personalmente e attraverso cui confrontarsi con la persona di riferimento nel cammino spirituale.

Vogliamo sottolineare in modo particolare quel che si dice dell’esperienza e testimonianza. Si tratta di un momento un po’ ampio in cui questi ragazzi vivano un’esperienza a loro misura, che magari in parrocchia difficilmente potrebbero fare, oppure che solo poche parrocchie potrebbero riuscire a mettere in campo; oppure di un tempo non limitato, di incontro con qualche figura significativa di credente che susciti in loro le questioni di cui discutere; questa è la forma degli incontri vicariali. In ogni scheda sarà suggerito qualche esempio di esperienza o di testimonianza.

Il livello diocesano mantiene il suo ruolo per dare tempi di riflessione e preghiera (mattinate di avvento e quaresima, esercizi spirituali), scegliendo alcune tematiche chiave da proporre: la direzione spirituale e la regola di vita. Si vuol anche studiare la possibilità di una o più esperienze estive. Un altro momento diocesano è "Saranno matricole", organizzato da FUCI e MSAC come tempo di orientamento all’università attraverso il confronto con giovani che sono già studenti universitari.

Metodo: modularità, ritmo, coinvolgimento degli educatori

Gli incontri vicariali, che svolgeranno le tematiche descritte nelle prossime schede, sono strutturati non come un cammino organico, ma come moduli che ogni vicariato o coppia di vicariati sceglie a partire delle esperienze e testimonianze che si possono offrire.

  • Il cammino della professione di fede resta biennale, coinvolgendo insieme i ragazzi e le ragazze del IV e V anno delle scuole superiori, quindi con un andamento ciclico. 
     
  • Ogni vicariato o coppia di vicariati è bene che proponga almeno 3 incontri annui, possibilmente 4. Insieme alle due mattinate di spiritualità diocesane, al ritiro prima della professione di fede e alla veglia dei giovani, si tratta di 7/8 incontri in un anno, quindi con scadenza pressoché mensile, che ci sembra non vada a pesare eccessivamente sulle agende piene dei giovani e dei loro educatori, ma può dare una valenza sufficiente e non episodica alla proposta.
     
  • Sarà importante che gli incontri vicariali non siano preparati e organizzati da una singola persona, ma coinvolgano gli educatori parrocchiali dei gruppi di cui i diciotto-diciannovenni fanno parte. Si tratta di incontrarsi per tempo, per condividere le scelte, i metodi e dare un contributo corale alle esperienze o alla discussione a seguito delle testimonianze.

 

In sintesi:
Gli obiettivi del cammino vicariale

 

- far emergere le domande di fede presenti in coloro che stanno vivendo un investimento personale nella comunità cristiana;

- proporre un confronto con una "guida spirituale" ed eventualmente condurre alla stesura di una "regola di vita";

- dare a tutti gli adolescenti un segno della possibilità di fare un salto di qualità che non crea un "gruppo" particolare, e offrire a chi vuole l’opportunità di una scelta personale di cammino (il cammino 18-19enni è in qualche modo una delle prime scelte che si fanno personalmente e non in gruppo).

Il punto di arrivo del cammino vicariale rispetto alla celebrazione della professione di fede sarà, dunque: "sì, la fede è per me, nonostante, anzi proprio attraverso queste domande".

Il percorso del cammino vicariale

Per ciascun incontro vicariale si prevede, essenzialmente, un’esperienza significativa: l’incontro con un testimone, la visita a un luogo, un’azione..., un momento di confronto in gruppo/a piccoli gruppi con l’aiuto degli educatori sul tema sollevato dall’esperienza, la consegna di una scheda di domande da approfondire personalmente e con l’aiuto della guida spirituale.

Nell’incontro stesso potrà ovviamente essere inserito anche un momento di preghiera e un momento conviviale (pizza, happy hour...).

L’idea è quella di una modularità (ogni incontro è completo in se stesso; l’ordine viene deciso in vicariato) più che di organicità.

E’ bene che i responsabili vicariali del cammino raccolgano i riferimenti (cellulare, posta elettronica) per poter ricordare, tramite una newsletter o qualcosa di analogo, i vari appuntamenti.

Obiettivi e percorso del cammino diocesano

Il cammino diocesano continua a essere fatto di tempi di esperienza spirituale (mattinate, esercizi spirituali) e darà la possibilità di tempi distesi ed esperienze di preghiera. In particolare, negli esercizi spirituali diocesani si cercherà sempre di inserire un approfondimento sulla direzione spirituale e sulla regola di vita.

Altri momenti diocesani: "Saranno matricole", proposta sull’orientamento universitario organizzata da FUCI e MSAC, e, se possibile, un’esperienza estiva.

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1Non è qui il luogo per approfondire la distinzione tra il sacerdote, parroco o coadiutore, e la figura della guida o accompagnatore spirituale. Per molti di questi adolescenti il "don" è, quasi spontaneamente, anche confessore abituale (se si confessano abitualmente) e confronto. Alcuni di essi hanno, legittimamente, sviluppato un rapporto con qualche altra figura, generalmente di sacerdote, tramite campiscuola, esperienze diocesane o altre occasioni di relazione. Potrebbero essere presenti, per qualcuno, figure di educatori laici che in qualche modo svolgono un servizio analogo a quello della guida spirituale.

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 Scheda 0: L’aggancio

Chi opera con i giovani dell’età considerata, anche con i più impegnati e motivati, sa che spesso non è facile farli uscire dal "guscio" dell’ambiente che conoscono e che dà loro sicurezza, per farli partecipare a incontri a livello interparrocchiale, vicariale, addirittura diocesano. Si può certamente tener presente che a quest’età l’incontro con coetanei riveste ancora una certa ambivalenza: desiderato, perché "siamo stufi di veder sempre le stesse facce", ma anche temuto, perché richiede di mettersi in gioco. Resta comunque il fatto che la proposta del cammino vicariale e diocesano non riscuote immediatamente successo. Anche perché l’espressione "cammino di fede" è piuttosto nebulosa, e spiegare che cosa si va a fare non è semplice... lo sguardo sulle proposte è come quello sui piatti da mangiare: se capisco cos’é, se so cos’é, lo mangio. Il più raffinato piatto di nouvelle cuisine non attacca con gli adolescenti, la cotoletta con le patatine sì.

Dunque ci è sembrato utile offrire qualche spunto per l’aggancio, per tentare in qualche modo di suscitare la forza per non mettere le pantofole ma uscire per partecipare. Non crediamo che quel che qui diremo risolva: speriamo che aiuti.

Anzitutto, come ogni pubblicitario sa, l’aggancio più riuscito è quello attraverso il passaparola. Se un amico o amica ha già partecipato o partecipa e la proposta arriva da lui/lei, è di gran lunga più efficace. Beate quelle comunità in cui dei diciannovenni, che iniziano il secondo anno di cammino, lo propongono ai diciottenni di un anno più giovani. Iniziare l’anno o cercare un’occasione perché i più grandi e motivati si facciano latori della proposta ai nuovi è la strada ideale, soprattutto se tra le due "classi" il rapporto è positivo. Purtroppo, per quelle non poche parrocchie in cui bisogna riprendere la proposta, la risorsa "passaparola dall’amico" è quasi impraticabile. A meno che queste realtà non abbiano tessuto dei legami con comunità vicine dove il cammino c’é ed è consolidato...

Si può prevedere che la proposta di partecipare al cammino venga da adolescenti, magari un pochino conosciuti, di qualche parrocchia dello stesso vicariato, oppure di quei gruppi, come il Movimento Studenti di AC, che possono avere al loro interno ragazzi e ragazze che fanno il cammino e che lo possono anche proporre in modo simpatico. Se si tratta di persone poco conosciute, i gruppi di adolescenti comunque tendono ad assumere un atteggiamento tipo: «ti ascolto ma non mi comprometto». Allora sarà l’educatore a prendere i singoli più motivati o motivabili e rilanciare la proposta.

Per offrire un piccolo strumento che agevoli l’aggancio, l’ufficio diocesano di pastorale giovanile propone un videoclip breve, con immagini delle veglie dei giovani e messaggi molto immediati, che, proiettato in un incontro di gruppo e approfondito da una testimonianza, possa diventare un modo per una proposta al gruppo stesso, sempre lasciando a sacerdoti e educatori l’impegno di prendere da parte i singoli e insistere.

Un’ultima attenzione, rivolta in particolare a coloro che preparano gli incontri vicariali e diocesani: l’accoglienza e il clima degli incontri, soprattutto quando qualche "nuovo" si affaccia, sono attenzioni importanti e su cui investire tempo, genio e... faccia. Se finalmente qualcuno, e dai e dai, decide di metter piede al gruppo, e trova una realtà freddina, un po’ trasandata, senza nessuno che accoglie e crea clima, la seconda volta quasi matematicamente non parteciperà...

Chi opera con i giovani dell’età considerata, anche con i più impegnati e motivati, sa che spesso non è facile farli uscire dal "guscio" dell’ambiente che conoscono e che dà loro sicurezza, per farli partecipare a incontri a livello interparrocchiale, vicariale, addirittura diocesano. Si può certamente tener presente che a quest’età l’incontro con coetanei riveste ancora una certa ambivalenza: desiderato, perché "siamo stufi di veder sempre le stesse facce", ma anche temuto, perché richiede di mettersi in gioco. Resta comunque il fatto che la proposta del cammino vicariale e diocesano non riscuote immediatamente successo. Anche perché l’espressione "cammino di fede" è piuttosto nebulosa, e spiegare che cosa si va a fare non è semplice... lo sguardo sulle proposte è come quello sui piatti da mangiare: se capisco cos’é, se so cos’é, lo mangio. Il più raffinato piatto di nouvelle cuisine non attacca con gli adolescenti, la cotoletta con le patatine sì.

Dunque ci è sembrato utile offrire qualche spunto per l’aggancio, per tentare in qualche modo di suscitare la forza per non mettere le pantofole ma uscire per partecipare. Non crediamo che quel che qui diremo risolva: speriamo che aiuti.

Anzitutto, come ogni pubblicitario sa, l’aggancio più riuscito è quello attraverso il passaparola. Se un amico o amica ha già partecipato o partecipa e la proposta arriva da lui/lei, è di gran lunga più efficace. Beate quelle comunità in cui dei diciannovenni, che iniziano il secondo anno di cammino, lo propongono ai diciottenni di un anno più giovani. Iniziare l’anno o cercare un’occasione perché i più grandi e motivati si facciano latori della proposta ai nuovi è la strada ideale, soprattutto se tra le due "classi" il rapporto è positivo. Purtroppo, per quelle non poche parrocchie in cui bisogna riprendere la proposta, la risorsa "passaparola dall’amico" è quasi impraticabile. A meno che queste realtà non abbiano tessuto dei legami con comunità vicine dove il cammino c’é ed è consolidato...

Si può prevedere che la proposta di partecipare al cammino venga da adolescenti, magari un pochino conosciuti, di qualche parrocchia dello stesso vicariato, oppure di quei gruppi, come il Movimento Studenti di AC, che possono avere al loro interno ragazzi e ragazze che fanno il cammino e che lo possono anche proporre in modo simpatico. Se si tratta di persone poco conosciute, i gruppi di adolescenti comunque tendono ad assumere un atteggiamento tipo: «ti ascolto ma non mi comprometto». Allora sarà l’educatore a prendere i singoli più motivati o motivabili e rilanciare la proposta.

Per offrire un piccolo strumento che agevoli l’aggancio, l’ufficio diocesano di pastorale giovanile propone un videoclip breve, con immagini delle veglie dei giovani e messaggi molto immediati, che, proiettato in un incontro di gruppo e approfondito da una testimonianza, possa diventare un modo per una proposta al gruppo stesso, sempre lasciando a sacerdoti e educatori l’impegno di prendere da parte i singoli e insistere.

Un’ultima attenzione, rivolta in particolare a coloro che preparano gli incontri vicariali e diocesani: l’accoglienza e il clima degli incontri, soprattutto quando qualche "nuovo" si affaccia, sono attenzioni importanti e su cui investire tempo, genio e... faccia. Se finalmente qualcuno, e dai e dai, decide di metter piede al gruppo, e trova una realtà freddina, un po’ trasandata, senza nessuno che accoglie e crea clima, la seconda volta quasi matematicamente non parteciperà...

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 Scheda 1: Tanti non credono... e io, credo davvero?

La testimonianza in classe, con gli amici, nella squadra sportiva

Obiettivo: ricordare ai giovani partecipanti che la testimonianza negli ambienti di vita, se mette in questione la fede, è opportunità di crescita nella fede ed è chiamata rivolta a tutti i cristiani nel nostro tempo (e forse sempre...)

La fede in questione: sento molte provocazioni alla mia fede…so rispondere; sono davvero convinto della mia fede?

Contenuti: Per un battezzato testimoniare è nient’altro che seguire Gesù: “chi mi vuol servire mi segua” e fare come ha fatto Lui: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono…, come ho fatto io dovete fare anche voi, lavatevi i piedi gli uni gli altri”.
Testimoniare la nostra fede in Gesù è camminare nella e verso la Santità di Dio, e conseguentemente rendere più umana la nostra vita. “Nasciamo uomini, dobbiamo diventare umani”, così spesso il monaco Enzo Bianchi dice nei suoi interventi, ed il Vangelo è promotore di quest’opera di umanizzazione. Il cristiano non è un super uomo, è un discepolo del Regno che crede che la vita umana così come Gesù l’ha vissuta sino alla morte, è il modo più bello, più alto, più beatificante per vivere in questo mondo.
Una vita vissuta all’insegna delle Beatitudini è una vita che santifica il mondo! Di conseguenza la classe scolastica, gli amici dell’oratorio, della città o del paese, la squadra sportiva ecc., non possono a priori essere considerati degli ostacoli al discepolo del Vangelo, ma semmai delle opportunità per testimoniare in essi quanto è ricca di Speranza la proposta evangelica. Testimoniare è avere anzitutto uno sguardo positivo sull’uomo creato ad immagine della Trinità; testimoniare è annunciare il disegno di Vita eterna che la Trinità ha da sempre sulla storia universale e particolare; testimoniare è permettere allo Spirito del Risorto di usare di noi come fossimo “matite nelle mani di Dio” (Madre Teresa di Calcutta); testimoniare è passare da una logica di rassegnazione e immobilismo alla logica eversiva del Magnificat; testimoniare è passare dal vedere le varie situazioni e ambiti di vita come tentazione per abdicare alla fede a occasioni per credere nella potenza del Seme della Parola, nella potenza  inerme dell’Amore.
Il testimone è uno che sa che il dono della fede che nel Battesimo gli è stato affidato è un tesoro in un vaso di argilla, fragile…, per questo il testimone non dice sé, ma annuncia quella Misericordia che lui per primo ha sentito sulla pelle e nel cuore e alla quale si è aggrappato con tutte le sue forze e dalla quale non vorrà mai più separarsi.

Proposte
Testimonianze:

Testamento spirituale del Padre Christian de Chergé
aperto la domenica di Pentecoste 26 maggio 1996

Quando si profila un ad-Dio

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimé, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: "Dica adesso quel che ne pensa!". Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah
Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994
+Christian

Annalena Tonelli: Nata a Forlì nel 1943, dopo il liceo classico e la laurea in legge e dopo "sei anni di servizio ai poveri di uno dei bassifondi della mia città natale, ai bambini del brefotrofio, alle bambine con handicap mentale e vittime di grossi traumi di una casa-famiglia", nel 1969, Annalena Tonelli, a 25 anni, si sposta in Africa grazie alle attività del Comitato per la lotta contro la fame del mondo di Forlì che aveva contribuito a fondare e che ancora oggi è attivo. Inizialmente lavora come insegnante in una scuola superiore governativa a Wajir, nell'estremo Nord-Est del Kenya, regione semidesertica ove risiedono popolazioni di origine somala. Le precarie condizioni igieniche-sanitarie locali la spingono ad approfondire le sue conoscenze mediche consegueno certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina tropicale e comunitaria in Inghilterra, di cura della lebbra in Spagna. Già nel 1976, Annalena Tonelli diviene responsabile di un progetto pilota dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la cura della tubercolosi nelle popolazioni nomadi. Quindi, Annalena invita i nomadi tubercolotici ad accamparsi per la terapia di fronte al Rehabilitation Centre for Disabled (Centro di Riabilitazione per Disabili), dove Annalena Tonelli lavorava insieme ad altre volontarie che nel frattempo si erano unite a lei nella cura dei poliomielitici, ma che accoglieva anche: ciechi, sordomuti, handicappati fisici e mentali. Il sistema garantisce l'assunzione della terapia per i circa sei mesi necessari, ed è stata adottata dall'OMS col nome di DOTS (Directly Observed Therapy Short). Nel 1984, a seguito di lotte politico-tribali intestine, l'esercito del Kenya compie azioni repressive sulle tribù somale intorno a Wajir. Le denunce pubbliche di Annalena Tonelli aiutano a fermare le uccisioni. Arrestata e portata davanti alla corte marziale, si sente dire che l'essere scampata a due imboscate non era garanzia di sopravvivere anche alla seguente ed è costratta ad abbandonare il Kenya. Annalena Tonelli si sposta allora in Somalia, prima a Merca (dove nel 1995 fu assassinata il medico della Caritas Italiana Dr. Graziella Fumagalli) e poi a Borama nelSomaliland. Qui le sue attività includono: un ospedale di 250 posti letto (centro di riferimento di tutta la regione, inclusi Etiopia e Gibuti), una scuola di Educazione Speciale per bambini (263 studenti) sordi, ciechi e disabili (unica in tutta la Somalia), un programma contro le mutilazioni genitali femminili (infibulazione), cura e prevenzione HIV/AIDS, assistenza ai fuori casta, orfani, poveri. Nel giugno 2003, Annalena Tonelli è insignita dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati del prestigioso premio Nansen per l'assistenza ai profughi (Nansen Refugee Award). Il 5 ottobre 2003, Annalena Tonelli è uccisa a Borama, in Somalia, a colpi d'arma da fuoco nell'ospedale da lei stessa fondato da un commando islamico somalo (chiamato Al-Itihaad al-Islamiya). Due settimane dopo, lo stesso gruppo di fuoco assassina Dick e Enid Eyeington, operatori umanitari britannici nella scuola dove lavorano SOS Sheikh Secondary nel nord-ovest della Somalia.

Altre figure: Pier Giorgio Frassati; Laura Vicuña.

Domande

  • I volti e le storie che nella tua vita sono stati trasparenza del Signore Gesù (giovani o anziani; ricchi o poveri; vicini o lontani…).
  • Credi che il Vangelo rende più umana la tua vita e quella degli altri? Come?
  • Il mondo (scuola, sport, amicizie…) sono per te un ostacolo al tuo essere discepolo del Vangelo o un’opportunità di testimonianza?

Bibliografia
MOVIMENTO STUDENTI DI AZIONE CATTOLICA, Fine grande cercasi. Appunti per un annucio tra i banchi di scuola, vedi sul sito Ac
http://www.azionecattolica.it/net/iopartecipo/wp-content/uploads/2010/04/sussidiofinegrande.pdf
VESCOVI DELLE DIOCESI LOMBARDE, La sfida della fede. Il primo annuncio, Bologna 2009

La testimonianza in classe, con gli amici, nella squadra sportiva

Obiettivo: ricordare ai giovani partecipanti che la testimonianza negli ambienti di vita, se mette in questione la fede, è opportunità di crescita nella fede ed è chiamata rivolta a tutti i cristiani nel nostro tempo (e forse sempre...)

La fede in questione: sento molte provocazioni alla mia fede…so rispondere; sono davvero convinto della mia fede?

Contenuti: Per un battezzato testimoniare è nient’altro che seguire Gesù: “chi mi vuol servire mi segua” e fare come ha fatto Lui: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono…, come ho fatto io dovete fare anche voi, lavatevi i piedi gli uni gli altri”.
Testimoniare la nostra fede in Gesù è camminare nella e verso la Santità di Dio, e conseguentemente rendere più umana la nostra vita. “Nasciamo uomini, dobbiamo diventare umani”, così spesso il monaco Enzo Bianchi dice nei suoi interventi, ed il Vangelo è promotore di quest’opera di umanizzazione. Il cristiano non è un super uomo, è un discepolo del Regno che crede che la vita umana così come Gesù l’ha vissuta sino alla morte, è il modo più bello, più alto, più beatificante per vivere in questo mondo.
Una vita vissuta all’insegna delle Beatitudini è una vita che santifica il mondo! Di conseguenza la classe scolastica, gli amici dell’oratorio, della città o del paese, la squadra sportiva ecc., non possono a priori essere considerati degli ostacoli al discepolo del Vangelo, ma semmai delle opportunità per testimoniare in essi quanto è ricca di Speranza la proposta evangelica. Testimoniare è avere anzitutto uno sguardo positivo sull’uomo creato ad immagine della Trinità; testimoniare è annunciare il disegno di Vita eterna che la Trinità ha da sempre sulla storia universale e particolare; testimoniare è permettere allo Spirito del Risorto di usare di noi come fossimo “matite nelle mani di Dio” (Madre Teresa di Calcutta); testimoniare è passare da una logica di rassegnazione e immobilismo alla logica eversiva del Magnificat; testimoniare è passare dal vedere le varie situazioni e ambiti di vita come tentazione per abdicare alla fede a occasioni per credere nella potenza del Seme della Parola, nella potenza  inerme dell’Amore.
Il testimone è uno che sa che il dono della fede che nel Battesimo gli è stato affidato è un tesoro in un vaso di argilla, fragile…, per questo il testimone non dice sé, ma annuncia quella Misericordia che lui per primo ha sentito sulla pelle e nel cuore e alla quale si è aggrappato con tutte le sue forze e dalla quale non vorrà mai più separarsi.

Proposte
Testimonianze:

Testamento spirituale del Padre Christian de Chergé
aperto la domenica di Pentecoste 26 maggio 1996

Quando si profila un ad-Dio

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimé, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: "Dica adesso quel che ne pensa!". Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah
Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994
+Christian

Annalena Tonelli: Nata a Forlì nel 1943, dopo il liceo classico e la laurea in legge e dopo "sei anni di servizio ai poveri di uno dei bassifondi della mia città natale, ai bambini del brefotrofio, alle bambine con handicap mentale e vittime di grossi traumi di una casa-famiglia", nel 1969, Annalena Tonelli, a 25 anni, si sposta in Africa grazie alle attività del Comitato per la lotta contro la fame del mondo di Forlì che aveva contribuito a fondare e che ancora oggi è attivo. Inizialmente lavora come insegnante in una scuola superiore governativa a Wajir, nell'estremo Nord-Est del Kenya, regione semidesertica ove risiedono popolazioni di origine somala. Le precarie condizioni igieniche-sanitarie locali la spingono ad approfondire le sue conoscenze mediche consegueno certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina tropicale e comunitaria in Inghilterra, di cura della lebbra in Spagna. Già nel 1976, Annalena Tonelli diviene responsabile di un progetto pilota dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la cura della tubercolosi nelle popolazioni nomadi. Quindi, Annalena invita i nomadi tubercolotici ad accamparsi per la terapia di fronte al Rehabilitation Centre for Disabled (Centro di Riabilitazione per Disabili), dove Annalena Tonelli lavorava insieme ad altre volontarie che nel frattempo si erano unite a lei nella cura dei poliomielitici, ma che accoglieva anche: ciechi, sordomuti, handicappati fisici e mentali. Il sistema garantisce l'assunzione della terapia per i circa sei mesi necessari, ed è stata adottata dall'OMS col nome di DOTS (Directly Observed Therapy Short). Nel 1984, a seguito di lotte politico-tribali intestine, l'esercito del Kenya compie azioni repressive sulle tribù somale intorno a Wajir. Le denunce pubbliche di Annalena Tonelli aiutano a fermare le uccisioni. Arrestata e portata davanti alla corte marziale, si sente dire che l'essere scampata a due imboscate non era garanzia di sopravvivere anche alla seguente ed è costratta ad abbandonare il Kenya. Annalena Tonelli si sposta allora in Somalia, prima a Merca (dove nel 1995 fu assassinata il medico della Caritas Italiana Dr. Graziella Fumagalli) e poi a Borama nelSomaliland. Qui le sue attività includono: un ospedale di 250 posti letto (centro di riferimento di tutta la regione, inclusi Etiopia e Gibuti), una scuola di Educazione Speciale per bambini (263 studenti) sordi, ciechi e disabili (unica in tutta la Somalia), un programma contro le mutilazioni genitali femminili (infibulazione), cura e prevenzione HIV/AIDS, assistenza ai fuori casta, orfani, poveri. Nel giugno 2003, Annalena Tonelli è insignita dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati del prestigioso premio Nansen per l'assistenza ai profughi (Nansen Refugee Award). Il 5 ottobre 2003, Annalena Tonelli è uccisa a Borama, in Somalia, a colpi d'arma da fuoco nell'ospedale da lei stessa fondato da un commando islamico somalo (chiamato Al-Itihaad al-Islamiya). Due settimane dopo, lo stesso gruppo di fuoco assassina Dick e Enid Eyeington, operatori umanitari britannici nella scuola dove lavorano SOS Sheikh Secondary nel nord-ovest della Somalia.

Altre figure: Pier Giorgio Frassati; Laura Vicuña.

Domande

  • I volti e le storie che nella tua vita sono stati trasparenza del Signore Gesù (giovani o anziani; ricchi o poveri; vicini o lontani…).
  • Credi che il Vangelo rende più umana la tua vita e quella degli altri? Come?
  • Il mondo (scuola, sport, amicizie…) sono per te un ostacolo al tuo essere discepolo del Vangelo o un’opportunità di testimonianza?

Bibliografia
MOVIMENTO STUDENTI DI AZIONE CATTOLICA, Fine grande cercasi. Appunti per un annucio tra i banchi di scuola, vedi sul sito Ac
http://www.azionecattolica.it/net/iopartecipo/wp-content/uploads/2010/04/sussidiofinegrande.pdf
VESCOVI DELLE DIOCESI LOMBARDE, La sfida della fede. Il primo annuncio, Bologna 2009

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 Scheda 2: Credere... vuol dire negarsi qualcosa ?

Stile di vita, denaro, trasgressioni

Obiettivo: ricuperare alcuni elementi concreti della quotidianità (gestione del tempo, del denaro...) che qualificano anche visibilmente una scelta di fede.

La fede in questione: tanti amici intorno a me fanno scelte “alla moda” riguardo ai divertimenti e alle cose…, è giusto concedersi tutto? Ma perché devo rinunciare a qualcosa e far diversamente dagli altri?

Contenuti: ai discepoli che han chiesto a Gesù dove dimorava, il Maestro non ha risposto con principi filosofici o con regole morali o con precetti della Legge, ha semplicemente e fermamente detto: Venite e vedrete. A domande grandi si danno risposte quantomeno altrettanto grandi! Le domande piccole e di corto respiro avranno le risposte che si meritano! La breve e apparentemente banale domanda dei due discepoli in realtà era molto profonda, perché a Gesù hanno chiesto il “segreto” della sua vita e Gesù dice: Venite e vedrete! Cioè seguiteMI! Guardate quello che faccio e come lo faccio, ascoltate quello che dico e come lo dico, osservate tutto di Me, perché il mio stile di vita diventi il vostro stile di vita! Il mestiere – si dice – si ruba con gli occhi! Ecco Gesù vuole che i nostri occhi siano ben aperti sulla sua persona, sul suo modo di pregare il Padre e su quello di stare con gli uomini e le donne…: venite e vedrete! Da questo guardare ME imparerete lo stile di Dio!!! Nel “segreto” della Sua vita Gesù li ha introdotti giorno dopo giorno, parola dopo parola, segno dopo segno, silenzio dopo silenzio…, sino all’alba della Risurezione.
Il discepolo non inventa nessuno stile di vita; ma nella lettura assidua dei Vangeli, nello stare con il Maestro nei Sacramenti e nella camera segreta del cuore quasi per osmosi impara i “gusti” del suo Signore e seppur in mezzo a prove e difficoltà cerca di tradurli nella vita.
Lo stile del cristiano è quello che Gesù ci propone nelle Beatitudini…, è l’umiltà, è la mitezza, è la misericordia, è la purezza, è la pace…, ma attenzione! Per noi discepoli del Regno le Beatitudini non sono anzitutto un traguardo da raggiungere con i nostri sforzi…, non sono opera nostra le Beatitudini, ma semmai sono la Sua presenza in noi! “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” scriveva San Paolo. Ed è proprio il Cristo che vive in noi con il Suo Spirito, rinnovato quotidianamente nella Parola e nei Sacramenti, che ci renderà uomini e donne “Beati”. Il primato spetta sempre a Lui;  il primo passo lo fa e lo farà sempre Lui! A chi porta in sé domande di corto respiro, la moda e il divertimento danno un certo tipo di risposta…, noi pur riconoscendo la dignità della moda e del giusto divertimento portiamo nel cuore domande grandi e cerchiamo risposte significative. Gesù il Figlio di Dio, il vero uomo, la sua amicizia, è per noi la risposta più alta e più vera alle domande profonde che portiamo nel cuore.

Proposte: Incontro con la realtà della comunità Giovanni XXIII

Domande

  • Porti nel tuo cuore domande grandi?
  • Per te essere cristiano significa essere mutilato sulle scelte?
  • Pensi che la tua fede ti spinga a rinunciare a qualcosa? Perché?

Clicca qui per scaricare il documento PDF dell'incontro del 21/11/2010

Bibliografia
E. BIANCHI, Le vie della felicità. Gesù e le beatitudini, Milano 2010
E. BIANCHI, La differenza cristiana, Torino 2006
R. BACH,
Il gabbiano Jonathan Livingston, Milano 1977

Stile di vita, denaro, trasgressioni

Obiettivo: ricuperare alcuni elementi concreti della quotidianità (gestione del tempo, del denaro...) che qualificano anche visibilmente una scelta di fede.

La fede in questione: tanti amici intorno a me fanno scelte “alla moda” riguardo ai divertimenti e alle cose…, è giusto concedersi tutto? Ma perché devo rinunciare a qualcosa e far diversamente dagli altri?

Contenuti: ai discepoli che han chiesto a Gesù dove dimorava, il Maestro non ha risposto con principi filosofici o con regole morali o con precetti della Legge, ha semplicemente e fermamente detto: Venite e vedrete. A domande grandi si danno risposte quantomeno altrettanto grandi! Le domande piccole e di corto respiro avranno le risposte che si meritano! La breve e apparentemente banale domanda dei due discepoli in realtà era molto profonda, perché a Gesù hanno chiesto il “segreto” della sua vita e Gesù dice: Venite e vedrete! Cioè seguiteMI! Guardate quello che faccio e come lo faccio, ascoltate quello che dico e come lo dico, osservate tutto di Me, perché il mio stile di vita diventi il vostro stile di vita! Il mestiere – si dice – si ruba con gli occhi! Ecco Gesù vuole che i nostri occhi siano ben aperti sulla sua persona, sul suo modo di pregare il Padre e su quello di stare con gli uomini e le donne…: venite e vedrete! Da questo guardare ME imparerete lo stile di Dio!!! Nel “segreto” della Sua vita Gesù li ha introdotti giorno dopo giorno, parola dopo parola, segno dopo segno, silenzio dopo silenzio…, sino all’alba della Risurezione.
Il discepolo non inventa nessuno stile di vita; ma nella lettura assidua dei Vangeli, nello stare con il Maestro nei Sacramenti e nella camera segreta del cuore quasi per osmosi impara i “gusti” del suo Signore e seppur in mezzo a prove e difficoltà cerca di tradurli nella vita.
Lo stile del cristiano è quello che Gesù ci propone nelle Beatitudini…, è l’umiltà, è la mitezza, è la misericordia, è la purezza, è la pace…, ma attenzione! Per noi discepoli del Regno le Beatitudini non sono anzitutto un traguardo da raggiungere con i nostri sforzi…, non sono opera nostra le Beatitudini, ma semmai sono la Sua presenza in noi! “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” scriveva San Paolo. Ed è proprio il Cristo che vive in noi con il Suo Spirito, rinnovato quotidianamente nella Parola e nei Sacramenti, che ci renderà uomini e donne “Beati”. Il primato spetta sempre a Lui;  il primo passo lo fa e lo farà sempre Lui! A chi porta in sé domande di corto respiro, la moda e il divertimento danno un certo tipo di risposta…, noi pur riconoscendo la dignità della moda e del giusto divertimento portiamo nel cuore domande grandi e cerchiamo risposte significative. Gesù il Figlio di Dio, il vero uomo, la sua amicizia, è per noi la risposta più alta e più vera alle domande profonde che portiamo nel cuore.

Proposte: Incontro con la realtà della comunità Giovanni XXIII

Domande

  • Porti nel tuo cuore domande grandi?
  • Per te essere cristiano significa essere mutilato sulle scelte?
  • Pensi che la tua fede ti spinga a rinunciare a qualcosa? Perché?

Clicca qui per scaricare il documento PDF dell'incontro del 21/11/2010

Bibliografia
E. BIANCHI, Le vie della felicità. Gesù e le beatitudini, Milano 2010
E. BIANCHI, La differenza cristiana, Torino 2006
R. BACH,
Il gabbiano Jonathan Livingston, Milano 1977

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 Scheda 3: Che cosa farò da grande?

La vocazione e la scelta di vita

Obiettivo: invitare i giovani a cogliere l’importanza di riflettere sulla scelta di vita, non dare per scontato nulla… opportunamente provocati dovrebbero riuscire a riflettere e mettere a fuoco le questioni relative alla vocazione e al futuro.

La fede in questione: forse più di ogni altro tema quello della vocazione provoca la fede perché chiede l’affidamento ad un progetto, chiede di fidarsi e di affidarsi…

Contenuti: il contenuto dovrebbe essere profondamente evangelico. Esempi celebri di vocazioni (Pietro, Paolo, gli Apostoli) ma anche meno utilizzati (Maria Maddalena e il “va dai miei fratelli”, Giovanni e Maria sotto la Croce).
Accanto agli episodi evangelici l’esperienza di molti santi che hanno accolto nella loro vita la chiamata di Dio (San Francesco d’Assisi, Piergiorgio Frassati, Padre Pino Puglisi) ma anche santi che avendo già deciso di servire il Signore hanno dovuto cambiare vita per aderire alla richiesta di Dio di una nuova missione (San Giuseppe Cottolengo, madre Teresa di Calcutta).

Proposte
Può essere utile partire con il Vangelo/Sacra Scrittura per impostare già l’incontro sul tema dell’ascolto.
Tramite il lavoro sul testo evangelico ed – eventualmente – il confronto con la storia di un santo invitare i giovani ad interrogarsi sulla propria vocazione o perlomeno sulla disponibilità all’ascolto.

Domande

  • Credi che la “vocazione” riguardi anche te?
  • Hai mai pensato ad essa? Se sì quale suggestioni hai raccolto? Se no, perché non hai mai pensato?
  • Ti spaventa l’idea di una vocazione speciale cioè di consacrazione (sacerdozio, vita religiosa)?
  • Se un tuo amico ti dicesse “voglio essere prete” o una amica “voglio essere suora” cosa penseresti?
  • E se fossi tu questo amico?

Materiale utile

Bibliografia:
C. M. MARTINI e COLLABORATORI, Il Vangelo per la tua liberta. L’itinerario vocazionale del “Gruppo Samuele”, Milano 2004
C. M. MARTINI,
Conoscersi, decidersi, giocarsi. Gli incontri dell’ora undecima, Roma 2007

La vocazione e la scelta di vita

Obiettivo: invitare i giovani a cogliere l’importanza di riflettere sulla scelta di vita, non dare per scontato nulla… opportunamente provocati dovrebbero riuscire a riflettere e mettere a fuoco le questioni relative alla vocazione e al futuro.

La fede in questione: forse più di ogni altro tema quello della vocazione provoca la fede perché chiede l’affidamento ad un progetto, chiede di fidarsi e di affidarsi…

Contenuti: il contenuto dovrebbe essere profondamente evangelico. Esempi celebri di vocazioni (Pietro, Paolo, gli Apostoli) ma anche meno utilizzati (Maria Maddalena e il “va dai miei fratelli”, Giovanni e Maria sotto la Croce).
Accanto agli episodi evangelici l’esperienza di molti santi che hanno accolto nella loro vita la chiamata di Dio (San Francesco d’Assisi, Piergiorgio Frassati, Padre Pino Puglisi) ma anche santi che avendo già deciso di servire il Signore hanno dovuto cambiare vita per aderire alla richiesta di Dio di una nuova missione (San Giuseppe Cottolengo, madre Teresa di Calcutta).

Proposte
Può essere utile partire con il Vangelo/Sacra Scrittura per impostare già l’incontro sul tema dell’ascolto.
Tramite il lavoro sul testo evangelico ed – eventualmente – il confronto con la storia di un santo invitare i giovani ad interrogarsi sulla propria vocazione o perlomeno sulla disponibilità all’ascolto.

Domande

  • Credi che la “vocazione” riguardi anche te?
  • Hai mai pensato ad essa? Se sì quale suggestioni hai raccolto? Se no, perché non hai mai pensato?
  • Ti spaventa l’idea di una vocazione speciale cioè di consacrazione (sacerdozio, vita religiosa)?
  • Se un tuo amico ti dicesse “voglio essere prete” o una amica “voglio essere suora” cosa penseresti?
  • E se fossi tu questo amico?

Materiale utile

Bibliografia:
C. M. MARTINI e COLLABORATORI, Il Vangelo per la tua liberta. L’itinerario vocazionale del “Gruppo Samuele”, Milano 2004
C. M. MARTINI,
Conoscersi, decidersi, giocarsi. Gli incontri dell’ora undecima, Roma 2007

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 Scheda 4: Chi me lo fa fare?

Lavoro è sudore

Obiettivo: riflettere sul lavoro e l’impegno nella società come strumento per collaborare alla creazione attuata da Dio (CCC 2427). Trovare nella propria fede una delle motivazioni che possano sostenere l’impegno nel lavoro.

La fede in questione: il lavoro sembra centrare poco o nulla con la fede eppure la fede supporta spesso il lavoro e nel lavoro la fede è chiamata ad esprimersi.

Contenuti: i contenuti essenziali da trasmettere sono contenuti nei paragrafi 2426 – 2428 del Catechismo universale.
Troppo spesso si pensa al lavoro come ad una inutile fatica magari una delle indesiderate conseguenze del peccato.
La dottrina sociale della Chiesa al contrario ci chiede di vedere in esso l’opera della creazione che necessità delle nostra collaborazione per poter continuare. L’uomo creato “domina la terra” divenendo così partecipe della missione stessa di Dio. Lo stesso Figlio di Dio ha lavorato negli anni del silenzio di Nazareth.

Proposte
Iniziare con una provocazione tramite film (o spezzoni di essi) solo come esempio: Tutta la vita davanti, Generazione mille euro, Che ne sarà di noi; articoli di giornali, brain storming sull’idea di lavoro.
Proporre un esempio biblico di lavoro: Noé, Gedeone, Amos, San Giuseppe, Gesù, Pietro, Paolo, altri che potranno essere trovati.
In alternativa o accanto alla provocazione o come commento al vangelo è possibile inserire una testimonianza di un giovane lavoratore.
Trovare l’esperienza di qualche santo che ha vissuto tramite il lavoro la sua santificazione: San Giuseppe Moscati, Santa Gianna Beretta Molla, Beato Alberto Marvelli, etc.

Domande:

  • Se hai già lavorato quali  sono stati i tuoi sentimenti ricorrenti? Ti sei sentito protagonista o schiavo?
  • Pensi davvero che il lavoro possa essere collaborazione con Dio e non condanna?
  • Spesso il lavoro spaventa. Soprattutto quando manca. Ci pensi spesso? Quali risposte cerchi nella tua fede?

Bibliografia
Catechismo della Chiesa Cattolica, numeri 2426-2428
GIOVANNI PAOLO II, Dono e mistero, Città del Vaticano 1996, 30-31
Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Città del Vaticano 2004,
151-158

Lavoro è sudore

Obiettivo: riflettere sul lavoro e l’impegno nella società come strumento per collaborare alla creazione attuata da Dio (CCC 2427). Trovare nella propria fede una delle motivazioni che possano sostenere l’impegno nel lavoro.

La fede in questione: il lavoro sembra centrare poco o nulla con la fede eppure la fede supporta spesso il lavoro e nel lavoro la fede è chiamata ad esprimersi.

Contenuti: i contenuti essenziali da trasmettere sono contenuti nei paragrafi 2426 – 2428 del Catechismo universale.
Troppo spesso si pensa al lavoro come ad una inutile fatica magari una delle indesiderate conseguenze del peccato.
La dottrina sociale della Chiesa al contrario ci chiede di vedere in esso l’opera della creazione che necessità delle nostra collaborazione per poter continuare. L’uomo creato “domina la terra” divenendo così partecipe della missione stessa di Dio. Lo stesso Figlio di Dio ha lavorato negli anni del silenzio di Nazareth.

Proposte
Iniziare con una provocazione tramite film (o spezzoni di essi) solo come esempio: Tutta la vita davanti, Generazione mille euro, Che ne sarà di noi; articoli di giornali, brain storming sull’idea di lavoro.
Proporre un esempio biblico di lavoro: Noé, Gedeone, Amos, San Giuseppe, Gesù, Pietro, Paolo, altri che potranno essere trovati.
In alternativa o accanto alla provocazione o come commento al vangelo è possibile inserire una testimonianza di un giovane lavoratore.
Trovare l’esperienza di qualche santo che ha vissuto tramite il lavoro la sua santificazione: San Giuseppe Moscati, Santa Gianna Beretta Molla, Beato Alberto Marvelli, etc.

Domande:

  • Se hai già lavorato quali  sono stati i tuoi sentimenti ricorrenti? Ti sei sentito protagonista o schiavo?
  • Pensi davvero che il lavoro possa essere collaborazione con Dio e non condanna?
  • Spesso il lavoro spaventa. Soprattutto quando manca. Ci pensi spesso? Quali risposte cerchi nella tua fede?

Bibliografia
Catechismo della Chiesa Cattolica, numeri 2426-2428
GIOVANNI PAOLO II, Dono e mistero, Città del Vaticano 1996, 30-31
Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Città del Vaticano 2004,
151-158

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 Scheda 5: Com’é difficile pregare!

La preghiera (dimensione personale)

Obiettivo: la pretesa di questa scheda non è quella di “dire” tutto sulla preghiera ma, molto più semplicemente, di offrire qualche spunto di riflessione circa le condizioni per  una preghiera cristiana.

La fede in questione: faccio fatica a pregare... non trovo il modo, il tempo... la preghiera che facevo in passato non mi dice più nulla... ma allora credo veramente?

Contenuti: la preghiera è stata sempre una realtà complessa e difficile da definire, e non fa meraviglia che ancora oggi sia una delle attività meno comprese, tanto che molti si pongono la domanda se valga la pena pregare e, soprattutto, come pregare.
Anzitutto, l'aspetto che più colpisce nella preghiera è il suo carattere tipicamente umano. Solo l'uomo, infatti, prega e  si può dire tranquillamente, senza paura di smentita, che la dimensione religiosa permea ogni aspetto della vita umana.
Pregare è una condizione e un'esperienza comune all'uomo, che affonda le sue radici nella struttura interpersonale della natura umana. Perché ci sia la preghiera, occorre essere in due. L'individuo infatti che prega si mette in relazione con l'altro, rivelando l'impossibilità di vivere chiusi nel proprio io e la necessità di andare oltre, aprendosi al “tu”. La preghiera è un appello lanciato da una coscienza all'altra, da una libertà ad un'altra libertà.
La preghiera fa diventare più uomini: essa è il linguaggio dell'esistenza umana completa.
Pregando, riconosciamo che abbiamo bisogno di Dio, ci doniamo a lui, ci affidiamo a lui con tutte le nostre relazioni ed i  nostri compiti, i  nostri entusiasmi, pensieri, paure, preoccupazioni, attese, e tutto ciò che ci appartiene, anche se non possiamo ancora disporne.
La preghiera, infatti, svela  l'uomo alla ricerca del dialogo con Dio, al quale manifesta tutto il suo essere creatura. Pregare significa donare del tempo a Dio, dedicargli momenti preziosi della vita, collegare ciò che si vive “qui e ora” con l'eternità.
Purtroppo, è esperienza comune ricordarsi di pregare perché si ha qualche necessità, ma la preghiera cristiana non è solo questo. Per il cristiano la preghiera è soprattutto predisporre tutto il proprio essere all'ascolto, al riconoscimento di una presenza invisibile, cioè all'arte ineffabile del dialogo con Dio, in cui il vero protagonista è lo Spirito Santo. È Lui che ci spinge a pregare e unisce la nostra preghiera a quella di Gesù; è Lui che ci fa chiamare Dio: “Abbà, Padre buono”.
La preghiera cristiana non è fare delle cose o dire delle parole che producono automaticamente degli effetti sulla mente o sul corpo, ma è anzitutto ricezione di un'azione che Dio, attraverso le energie dello Spirito Santo, compie in noi.
È lo Spirito Santo che nella preghiera compie un'opera di trasfigurazione, facendo in modo che il Padre celeste riconosca nel pregare e nell'agire del cristiano il pregare e l'agire del suo Figlio Gesù.
La preghiera cristiana si configura, dunque, anche, come un progressivo cammino di costante purificazione di quelle immagini di Dio che “sono opera delle mani dell'uomo”, per giungere a contemplare l'immagine del Dio invisibile nel volto di Gesù Cristo e questi Crocifisso.
La preghiera cristiana è anzitutto conversione del desiderio dell'orante, che non chiede a Dio: “Realizza la mia volontà”, bensì: “Sia fatta la tua volontà”.

Proposte
Ideale sarebbe più che “parlare” di preghiera, far “fare” ai diciottenni esperienza di preghiera. A questo proposito segnaliamo la possibilità, previo accordo, di vivere un momento di preghiera con le comunità monastiche di Chiaravalle  di Milano, di Viboldone , o se si ha la possibilità di trascorrere qualche giorno, al monastero di Bose .  

Domande
Dice Gesù ai suoi discepoli: “Venite in disparte con me e riposatevi un poco” (Mc 6,31). Questo invito alla preghiera è rivolto a tutti. Pregare significa interrompere le attività quotidiane per stare alla presenza di Dio e ricaricarsi spiritualmente.
Quali difficoltà  incontri  a  “ritagliarti”  quotidianamente  uno  spazio da dedicare al dialogo con Dio?
In questi anni di  catechesi quale immagine  di Dio ti sei  fatto?
E come ti rapporti  con Lui?

Per prima cosa nella preghiera occorre incontrarsi con il Signore, tenendo conto che, mentre l'incontro con le persone avviene sensibilmente, quindi l'altro lo vedo, gli sorrido, gli stringo la mano, lo saluto e magari lo abbraccio, l'incontro con il Signore avviene nella dimensione della fede, che è un incontro non meno vero e reale degli incontri che si vivono quotidianamente.
La  tua  preghiera è  incontrare  il  Signore?
È fatta di ascolto della Sua Parola, oppure è un monologo o una  serie di  formule da recitare?
La preghiera scandisce le tue giornate?

Il tempo da dedicare alla preghiera si deve intendere come un vero e proprio appuntamento con il Signore, con il quale si deve essere puntuali e fedeli. Siano venti minuti o anche solo dieci minuti, è importante rimanere fedeli al tempo stabilito.
Hai mai pensato di impostare la tua preghiera come un appuntamento con un caro amico?
Quali cambiamenti nelle tue giornate comporterebbe una preghiera così vissuta?

Quando preghi cerca con sincerità di rispondere a queste domande: “Chi è Dio per me? Chi sono io nei confronti di Dio? Che cosa Dio vuole da me? Perché Dio mi ha convocato a questo appuntamento di preghiera? Dio è contento del modo come vivo?

Che spazio ha il silenzio nella tua preghiera? Sai “fare” silenzio nella tua vita. Per parlare con Dio non è necessario dirgli cose straordinarie, ma puoi intrattenerti familiarmente con Lui, facendo riferimento alle tue gioie, ai tuoi lavori, agli amici, puoi esporgli i tuoi desideri e i tuoi limiti, puoi parlarli della tua vita. Cerca di essere sempre te stesso.

Bibliografia: vedi scheda 6

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2 Abbazia di Chiaravalle, via S. Arialdo 102, 20139 Milano. Tel. 0257403404
3 Abbazia di Viboldone,
benedettine@viboldone.it; www.viboldone.it
4 Monastero di Bose, cascina Bose, Magnano (Bi) 13887; Tel. 015679185;
ospiti@monasterodibose.it
 
5 Vista l’oggettiva abbondanza di riferimenti, si possono offrire ai ragazzi solo alcune di queste domande.

La preghiera (dimensione personale)

Obiettivo: la pretesa di questa scheda non è quella di “dire” tutto sulla preghiera ma, molto più semplicemente, di offrire qualche spunto di riflessione circa le condizioni per  una preghiera cristiana.

La fede in questione: faccio fatica a pregare... non trovo il modo, il tempo... la preghiera che facevo in passato non mi dice più nulla... ma allora credo veramente?

Contenuti: la preghiera è stata sempre una realtà complessa e difficile da definire, e non fa meraviglia che ancora oggi sia una delle attività meno comprese, tanto che molti si pongono la domanda se valga la pena pregare e, soprattutto, come pregare.
Anzitutto, l'aspetto che più colpisce nella preghiera è il suo carattere tipicamente umano. Solo l'uomo, infatti, prega e  si può dire tranquillamente, senza paura di smentita, che la dimensione religiosa permea ogni aspetto della vita umana.
Pregare è una condizione e un'esperienza comune all'uomo, che affonda le sue radici nella struttura interpersonale della natura umana. Perché ci sia la preghiera, occorre essere in due. L'individuo infatti che prega si mette in relazione con l'altro, rivelando l'impossibilità di vivere chiusi nel proprio io e la necessità di andare oltre, aprendosi al “tu”. La preghiera è un appello lanciato da una coscienza all'altra, da una libertà ad un'altra libertà.
La preghiera fa diventare più uomini: essa è il linguaggio dell'esistenza umana completa.
Pregando, riconosciamo che abbiamo bisogno di Dio, ci doniamo a lui, ci affidiamo a lui con tutte le nostre relazioni ed i  nostri compiti, i  nostri entusiasmi, pensieri, paure, preoccupazioni, attese, e tutto ciò che ci appartiene, anche se non possiamo ancora disporne.
La preghiera, infatti, svela  l'uomo alla ricerca del dialogo con Dio, al quale manifesta tutto il suo essere creatura. Pregare significa donare del tempo a Dio, dedicargli momenti preziosi della vita, collegare ciò che si vive “qui e ora” con l'eternità.
Purtroppo, è esperienza comune ricordarsi di pregare perché si ha qualche necessità, ma la preghiera cristiana non è solo questo. Per il cristiano la preghiera è soprattutto predisporre tutto il proprio essere all'ascolto, al riconoscimento di una presenza invisibile, cioè all'arte ineffabile del dialogo con Dio, in cui il vero protagonista è lo Spirito Santo. È Lui che ci spinge a pregare e unisce la nostra preghiera a quella di Gesù; è Lui che ci fa chiamare Dio: “Abbà, Padre buono”.
La preghiera cristiana non è fare delle cose o dire delle parole che producono automaticamente degli effetti sulla mente o sul corpo, ma è anzitutto ricezione di un'azione che Dio, attraverso le energie dello Spirito Santo, compie in noi.
È lo Spirito Santo che nella preghiera compie un'opera di trasfigurazione, facendo in modo che il Padre celeste riconosca nel pregare e nell'agire del cristiano il pregare e l'agire del suo Figlio Gesù.
La preghiera cristiana si configura, dunque, anche, come un progressivo cammino di costante purificazione di quelle immagini di Dio che “sono opera delle mani dell'uomo”, per giungere a contemplare l'immagine del Dio invisibile nel volto di Gesù Cristo e questi Crocifisso.
La preghiera cristiana è anzitutto conversione del desiderio dell'orante, che non chiede a Dio: “Realizza la mia volontà”, bensì: “Sia fatta la tua volontà”.

Proposte
Ideale sarebbe più che “parlare” di preghiera, far “fare” ai diciottenni esperienza di preghiera. A questo proposito segnaliamo la possibilità, previo accordo, di vivere un momento di preghiera con le comunità monastiche di Chiaravalle  di Milano, di Viboldone , o se si ha la possibilità di trascorrere qualche giorno, al monastero di Bose .  

Domande
Dice Gesù ai suoi discepoli: “Venite in disparte con me e riposatevi un poco” (Mc 6,31). Questo invito alla preghiera è rivolto a tutti. Pregare significa interrompere le attività quotidiane per stare alla presenza di Dio e ricaricarsi spiritualmente.
Quali difficoltà  incontri  a  “ritagliarti”  quotidianamente  uno  spazio da dedicare al dialogo con Dio?
In questi anni di  catechesi quale immagine  di Dio ti sei  fatto?
E come ti rapporti  con Lui?

Per prima cosa nella preghiera occorre incontrarsi con il Signore, tenendo conto che, mentre l'incontro con le persone avviene sensibilmente, quindi l'altro lo vedo, gli sorrido, gli stringo la mano, lo saluto e magari lo abbraccio, l'incontro con il Signore avviene nella dimensione della fede, che è un incontro non meno vero e reale degli incontri che si vivono quotidianamente.
La  tua  preghiera è  incontrare  il  Signore?
È fatta di ascolto della Sua Parola, oppure è un monologo o una  serie di  formule da recitare?
La preghiera scandisce le tue giornate?

Il tempo da dedicare alla preghiera si deve intendere come un vero e proprio appuntamento con il Signore, con il quale si deve essere puntuali e fedeli. Siano venti minuti o anche solo dieci minuti, è importante rimanere fedeli al tempo stabilito.
Hai mai pensato di impostare la tua preghiera come un appuntamento con un caro amico?
Quali cambiamenti nelle tue giornate comporterebbe una preghiera così vissuta?

Quando preghi cerca con sincerità di rispondere a queste domande: “Chi è Dio per me? Chi sono io nei confronti di Dio? Che cosa Dio vuole da me? Perché Dio mi ha convocato a questo appuntamento di preghiera? Dio è contento del modo come vivo?

Che spazio ha il silenzio nella tua preghiera? Sai “fare” silenzio nella tua vita. Per parlare con Dio non è necessario dirgli cose straordinarie, ma puoi intrattenerti familiarmente con Lui, facendo riferimento alle tue gioie, ai tuoi lavori, agli amici, puoi esporgli i tuoi desideri e i tuoi limiti, puoi parlarli della tua vita. Cerca di essere sempre te stesso.

Bibliografia: vedi scheda 6

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2 Abbazia di Chiaravalle, via S. Arialdo 102, 20139 Milano. Tel. 0257403404
3 Abbazia di Viboldone,
benedettine@viboldone.it; www.viboldone.it
4 Monastero di Bose, cascina Bose, Magnano (Bi) 13887; Tel. 015679185;
ospiti@monasterodibose.it
 
5 Vista l’oggettiva abbondanza di riferimenti, si possono offrire ai ragazzi solo alcune di queste domande.

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 Scheda 6: Ma a messa ci vado per fede o per abitudine?

La preghiera (dimensione comunitaria e liturgica)

Obiettivo: ricuperare coi giovani la dimensione della liturgia e in particolare dell’eucaristia, facendo emergere le loro concrete difficoltà

La fede in questione: faccio fatica a partecipare alla messa domenicale: la mia partecipazione è fede o abitudine?

Contenuti: nel libro degli Atti degli Apostoli, (At 2,42-47), in un così detto “sommario”,  l'Evangelista Luca, dopo aver parlato della comunione e dell'Eucarestia, sottolinea ancora una caratteristica distintiva della figura della Chiesa che emerge dall'irruzione dello Spirito sui primi discepoli. Il testo annota che la perseveranza dei discepoli si esercitava anche “nelle preghiere” e aggiunge riferimenti all'assiduità nel tempio e all'espressione della lode a Dio.
La Chiesa è comunità di preghiera e lo Spirito che riceviamo è sorgente del nostro dialogo con Dio. Anzi, secondo san Paolo è solo il possesso dello Spirito che rende possibile la vera preghiera, quella in cui ci riconosciamo figli e ci rivolgiamo a Dio, come Gesù ci ha insegnato, chiamandolo “Padre”: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nelle paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre! (Rm 8,15).
La preghiera non è qualcosa a margine rispetto al centro della vita cristiana. Guai a pensare che possiamo vivere da cristiani, semplicemente professando alcune verità e attuando alcune precetti di vita.
All'essenza del cristianesimo appartiene un incontro vitale e personale con Dio, nella ricchezza delle tre persone trinitarie, ciascuna raggiunta nella sua specifica realtà divina, in un rapporto che, se si apre dalla scoperta del Figlio di Dio nel volto di Gesù Cristo, ci conduce all'incontro con il Padre nella forza dello Spirito.
Questo incontro non può fare a meno del dialogo della preghiera e in essa esprime la sua reciprocità e la sua dimensione personale.
Alla preghiera personale, però, occorre integrare la preghiera della comunità, e quindi la vita liturgica nei suoi vari appuntamenti e forme, così che l’una e l’altra forma si alimentino reciprocamente.
Non stanchiamoci di pregare, e come i primi cristiani nutriamo fortemente questa preghiera con la stessa Parola di Dio. Ci ricorda Benedetto XVI nell'enciclica “Spe salvi” (n. 33): “Pregare non significa uscire dalla storia e ritirarsi nell'angolo privato della propria felicità. Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini.”

Proposte
Come per la scheda 5, ideale sarebbe più che “parlare” di preghiera, far “fare” ai diciottenni esperienza di preghiera.

Domande

  • Come vivi la preghiera liturgica (messa, liturgie penitenziali, via crucis...)? 
  • Perché, secondo te, la celebrazione Eucaristica domenicale è così difficile da vivere con fedeltà?
  • Un cristiano che non sente o non esprime la propria appartenenza alla Chiesa con la partecipazione domenicale all'Eucaristia e agli altri sacramenti, non condivide l'insegnamento e l'ansia missionaria della Chiesa, non ne rispetta le regole, e vive senza tener conto del magistero della Chiesa, può definirsi un “cristiano a modo suo”, ma non un vero cristiano. Condividi questa affermazione? Prova a confrontarti con i tuoi amici.

Bibliografia
G. BETORI, Nati col sole, Bologna 2009
G. I. GARGANO, La Lectio Divina, Bologna 1988
MATTA EL MESKIN, Consigli per la preghiera, Magnano 1989
A. FURIOLI, Ai piedi di Gesù, Milano 1989
E. BIANCHI, Pregare la Parola, Torino 1992
E. BIANCHI, Il Padre nostro, Cinisello B. 2008
C. CARRETTO, Lettere dal deserto, Brescia 1964 (datato ma bello!!)
C. CARRETTO,
Il deserto nella città, Milano 1978

La preghiera (dimensione comunitaria e liturgica)

Obiettivo: ricuperare coi giovani la dimensione della liturgia e in particolare dell’eucaristia, facendo emergere le loro concrete difficoltà

La fede in questione: faccio fatica a partecipare alla messa domenicale: la mia partecipazione è fede o abitudine?

Contenuti: nel libro degli Atti degli Apostoli, (At 2,42-47), in un così detto “sommario”,  l'Evangelista Luca, dopo aver parlato della comunione e dell'Eucarestia, sottolinea ancora una caratteristica distintiva della figura della Chiesa che emerge dall'irruzione dello Spirito sui primi discepoli. Il testo annota che la perseveranza dei discepoli si esercitava anche “nelle preghiere” e aggiunge riferimenti all'assiduità nel tempio e all'espressione della lode a Dio.
La Chiesa è comunità di preghiera e lo Spirito che riceviamo è sorgente del nostro dialogo con Dio. Anzi, secondo san Paolo è solo il possesso dello Spirito che rende possibile la vera preghiera, quella in cui ci riconosciamo figli e ci rivolgiamo a Dio, come Gesù ci ha insegnato, chiamandolo “Padre”: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nelle paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre! (Rm 8,15).
La preghiera non è qualcosa a margine rispetto al centro della vita cristiana. Guai a pensare che possiamo vivere da cristiani, semplicemente professando alcune verità e attuando alcune precetti di vita.
All'essenza del cristianesimo appartiene un incontro vitale e personale con Dio, nella ricchezza delle tre persone trinitarie, ciascuna raggiunta nella sua specifica realtà divina, in un rapporto che, se si apre dalla scoperta del Figlio di Dio nel volto di Gesù Cristo, ci conduce all'incontro con il Padre nella forza dello Spirito.
Questo incontro non può fare a meno del dialogo della preghiera e in essa esprime la sua reciprocità e la sua dimensione personale.
Alla preghiera personale, però, occorre integrare la preghiera della comunità, e quindi la vita liturgica nei suoi vari appuntamenti e forme, così che l’una e l’altra forma si alimentino reciprocamente.
Non stanchiamoci di pregare, e come i primi cristiani nutriamo fortemente questa preghiera con la stessa Parola di Dio. Ci ricorda Benedetto XVI nell'enciclica “Spe salvi” (n. 33): “Pregare non significa uscire dalla storia e ritirarsi nell'angolo privato della propria felicità. Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini.”

Proposte
Come per la scheda 5, ideale sarebbe più che “parlare” di preghiera, far “fare” ai diciottenni esperienza di preghiera.

Domande

  • Come vivi la preghiera liturgica (messa, liturgie penitenziali, via crucis...)? 
  • Perché, secondo te, la celebrazione Eucaristica domenicale è così difficile da vivere con fedeltà?
  • Un cristiano che non sente o non esprime la propria appartenenza alla Chiesa con la partecipazione domenicale all'Eucaristia e agli altri sacramenti, non condivide l'insegnamento e l'ansia missionaria della Chiesa, non ne rispetta le regole, e vive senza tener conto del magistero della Chiesa, può definirsi un “cristiano a modo suo”, ma non un vero cristiano. Condividi questa affermazione? Prova a confrontarti con i tuoi amici.

Bibliografia
G. BETORI, Nati col sole, Bologna 2009
G. I. GARGANO, La Lectio Divina, Bologna 1988
MATTA EL MESKIN, Consigli per la preghiera, Magnano 1989
A. FURIOLI, Ai piedi di Gesù, Milano 1989
E. BIANCHI, Pregare la Parola, Torino 1992
E. BIANCHI, Il Padre nostro, Cinisello B. 2008
C. CARRETTO, Lettere dal deserto, Brescia 1964 (datato ma bello!!)
C. CARRETTO,
Il deserto nella città, Milano 1978

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 Scheda 7: Questa casa non è un albergo!

Le relazioni

Obiettivo: affrontare con i giovani, senza pretesa di completezza, la dimensione relazionale, per approfondirne le difficoltà di oggi e le sfide per la loro fede

La fede in questione: riesco a vivere le indicazioni della fede nell’ambito spesso conflittuale della famiglia? Nel mondo coinvolgente dell’affetto di coppia?

Contenuti: nasciamo da una relazione e in relazione.
Come uomini questa relazione si caratterizza come relazione personale nella quale cioè è in gioco una libertà che incontra altre libertà: viviamo nel modo giusto queste relazioni quando le viviamo nell’amore.
Le relazioni non sono dunque schemi fissi, ma dipendono dalla nostra libertà, si distendono in una storia ed hanno dei loro tempi particolari. Normalmente in un itinerario educativo è il passaggio all’età adulta che segna l’arrivo di un tempo in cui nella trama delle relazioni il giovane fa delle scelte definitive: nell’ottica dell’amore queste sono scelte di donazione totale a favore degli altri, perché è qui che l’uomo trova la sua pienezza, la sua vita (“non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”; “se il chicco di grano caduto in terra non muore non porta frutto”).
Ci rendiamo conto che il tempo opportuno per la scelta varia da persona a persona, da vicenda a vicenda (siamo nell’epoca delle scelte rimandate, dello sperimentalismo): noi crediamo che l’incontro con Gesù crea le condizioni per una conversione all’amore e dunque per la pienezza di vita (nella gradualità).
Incontrandolo
riusciamo, nel suo perdono, ad accogliere la nostra umanità con le sue povertà,
si riaccende l’entusiasmo e la speranza per una vita donata,
scopriamo la bellezza di una amicizia fedele,
viene spodestato l’io egocentrico che chiude alle relazioni e ci ricentriamo sul Suo amore: cresce l’attenzione all’altro, l’apertura al dialogo, la compassione e la simpatia,
entriamo nella comunione della sua Chiesa che si presenta con la varietà dei carismi, dei rapporti, dei caratteri mostrandoci che l’unità non è uniformità ma sinfonia delle diversità.
Tutto questo ci è già stato donato nel battesimo, ma chiede qui una nuova consapevolezza.
Gli incontri di Gesù nel vangelo sono di vario tipo: alcuni sono proprio fugaci (pensiamo a tante guarigioni), altri maturano quasi a distanza (vedi Nicodemo), altri segnano l’inizio di un cammino di sequela, di discepolato.
I giovani che compiono il cammino di professione di fede sembrano rientrare generalmente nella “categoria” del discepolo, di chi si mette in ascolto più assiduo delle parole del “Maestro e Signore”. Potrà allora essere “nutriente” il riferimento ad alcuni brani sul discepolato: le condizioni della sequela (sul rapporto con la famiglia di origine, sui nostri attaccamenti); il discorso ecclesiale in Matteo.
Nel contesto attuale non è però escluso che qualcuno si senta un po’ più “lontano”, per cui figure come Zaccheo, la Samaritana, il giovane ricco, la cananea… possano “parlare” di più.
Così come può essere prezioso il riferimento al tema della legge in san Paolo o nelle dispute con i farisei, per confrontarsi su come intendono la loro libertà, il rapporto con l’autorità, con le regole.
Guardando al contesto attuale, sul tema delle relazioni incidono sicuramente i nuovi media: nelle nuove generazioni i media sono come un prolungamento del corpo che riducono le distanze e intensificano le emozioni “forti”, togliendo spazio alla riflessione e generano l’effetto di sentirsi immersi totalmente in un “altro mondo” e dunque di poter trovarsi in qualunque situazione possibile. Non si tratta dunque solo di un settore delle nostre relazioni, ma anche di uno stile, di una dimensione generale del nostro vivere le relazioni, sulla quale la fede può gettare luce.

Proposte
Associazione Giovanni XXIII presso Cavacurta, Spino d’Adda, Codogno: sono famiglie che a partire dal vangelo vivono l’accoglienza di Gesù nei poveri e la condivisione dei beni;
Condominio solidale a Lodi: la famiglia è chiamata ad affiancarsi ad alcune persone che necessitano di aiuti particolari, ricostruendo quelle relazioni di “buon vicinato” che sono andate perse nella “società metropolitana”;
A Villapizzone a Milano: esperienza di convivenza e condivisione di famiglie che accolgono minori in difficoltà e sono affiancate da padri Gesuiti
Un gruppo famiglie o singola famiglia: si può far riferimento all’Ufficio di Pastorale famigliare; alcune giovani famiglie curano cammini sull’affettività per questa fascia di età
“Semplicemente casa”: sperimentabile direttamente per piccoli gruppetti; anche solo condividendo una cena, oppure chiedendo una testimonianza a chi l’ha vissuto

Domande

  • “la convivenza è un esperimento in cui verifichiamo se andiamo bene insieme e poi decideremo”: sei d’accordo?
  • “se ci vogliamo bene che bisogno c’è di aspettare?”, cosa ne pensi
  • che rapporto c’è tra l’amore per la propria ragazza, la propria famiglia e l’amore per i poveri che il vangelo ci raccomanda?
  • Che cosa vuol dire “accogliere” in famiglia? come vivete l’accoglienza in famiglia? come vivresti l’accoglienza in una tua futura famiglia?
  • Rapporto con i genitori. Casa dolce casa: nido per spiccare il volo o gabbia? Quale immagine si ha oggi dei genitori (nelle trasmissioni televisive, nei discorsi tra giovani, per quel che vedi in giro)? Che immagine hai tu dei tuoi genitori? (può essere più opportuna una domanda indiretta su come educherebbero i loro figli come vedono le nuove generazioni). Cosa vuol dire per te “onorare il padre e la madre”?

Bibliografia
“Relazionarsi” - Se vuoi, n.5/2009
G. GHIGLIONE, Educhiamo il cuore, Leumann 1992
A. BISSI, Il colore del grano, Cinisello B. 2007 (6a ed)
A. BISSI, Il battito della vita, Cinisello B. 2002 (3a ed)
J. VANIER, Abbracciamo la nostra umanità, Bologna 2000 (ristampa 2005)
G. ANGELINI, Il figlio, Milano 1991, pp.119-124; 142-146
M. ZANZUCCHI, Io ho tutto. I 18 anni di Chiara Luce, Roma 2010
M.I. RUPNIK, Cerco i miei fratelli, Roma 1998
E. ACETI, Finestre sul mondo. I ragazzi e l’uso dei media, Roma 2004
E. SEGALINI, Donare adesso, Piacenza 1982
Le lettere di Taizè, scaricabili dal sito www. taize.fr/it

Le relazioni

Obiettivo: affrontare con i giovani, senza pretesa di completezza, la dimensione relazionale, per approfondirne le difficoltà di oggi e le sfide per la loro fede

La fede in questione: riesco a vivere le indicazioni della fede nell’ambito spesso conflittuale della famiglia? Nel mondo coinvolgente dell’affetto di coppia?

Contenuti: nasciamo da una relazione e in relazione.
Come uomini questa relazione si caratterizza come relazione personale nella quale cioè è in gioco una libertà che incontra altre libertà: viviamo nel modo giusto queste relazioni quando le viviamo nell’amore.
Le relazioni non sono dunque schemi fissi, ma dipendono dalla nostra libertà, si distendono in una storia ed hanno dei loro tempi particolari. Normalmente in un itinerario educativo è il passaggio all’età adulta che segna l’arrivo di un tempo in cui nella trama delle relazioni il giovane fa delle scelte definitive: nell’ottica dell’amore queste sono scelte di donazione totale a favore degli altri, perché è qui che l’uomo trova la sua pienezza, la sua vita (“non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”; “se il chicco di grano caduto in terra non muore non porta frutto”).
Ci rendiamo conto che il tempo opportuno per la scelta varia da persona a persona, da vicenda a vicenda (siamo nell’epoca delle scelte rimandate, dello sperimentalismo): noi crediamo che l’incontro con Gesù crea le condizioni per una conversione all’amore e dunque per la pienezza di vita (nella gradualità).
Incontrandolo
riusciamo, nel suo perdono, ad accogliere la nostra umanità con le sue povertà,
si riaccende l’entusiasmo e la speranza per una vita donata,
scopriamo la bellezza di una amicizia fedele,
viene spodestato l’io egocentrico che chiude alle relazioni e ci ricentriamo sul Suo amore: cresce l’attenzione all’altro, l’apertura al dialogo, la compassione e la simpatia,
entriamo nella comunione della sua Chiesa che si presenta con la varietà dei carismi, dei rapporti, dei caratteri mostrandoci che l’unità non è uniformità ma sinfonia delle diversità.
Tutto questo ci è già stato donato nel battesimo, ma chiede qui una nuova consapevolezza.
Gli incontri di Gesù nel vangelo sono di vario tipo: alcuni sono proprio fugaci (pensiamo a tante guarigioni), altri maturano quasi a distanza (vedi Nicodemo), altri segnano l’inizio di un cammino di sequela, di discepolato.
I giovani che compiono il cammino di professione di fede sembrano rientrare generalmente nella “categoria” del discepolo, di chi si mette in ascolto più assiduo delle parole del “Maestro e Signore”. Potrà allora essere “nutriente” il riferimento ad alcuni brani sul discepolato: le condizioni della sequela (sul rapporto con la famiglia di origine, sui nostri attaccamenti); il discorso ecclesiale in Matteo.
Nel contesto attuale non è però escluso che qualcuno si senta un po’ più “lontano”, per cui figure come Zaccheo, la Samaritana, il giovane ricco, la cananea… possano “parlare” di più.
Così come può essere prezioso il riferimento al tema della legge in san Paolo o nelle dispute con i farisei, per confrontarsi su come intendono la loro libertà, il rapporto con l’autorità, con le regole.
Guardando al contesto attuale, sul tema delle relazioni incidono sicuramente i nuovi media: nelle nuove generazioni i media sono come un prolungamento del corpo che riducono le distanze e intensificano le emozioni “forti”, togliendo spazio alla riflessione e generano l’effetto di sentirsi immersi totalmente in un “altro mondo” e dunque di poter trovarsi in qualunque situazione possibile. Non si tratta dunque solo di un settore delle nostre relazioni, ma anche di uno stile, di una dimensione generale del nostro vivere le relazioni, sulla quale la fede può gettare luce.

Proposte
Associazione Giovanni XXIII presso Cavacurta, Spino d’Adda, Codogno: sono famiglie che a partire dal vangelo vivono l’accoglienza di Gesù nei poveri e la condivisione dei beni;
Condominio solidale a Lodi: la famiglia è chiamata ad affiancarsi ad alcune persone che necessitano di aiuti particolari, ricostruendo quelle relazioni di “buon vicinato” che sono andate perse nella “società metropolitana”;
A Villapizzone a Milano: esperienza di convivenza e condivisione di famiglie che accolgono minori in difficoltà e sono affiancate da padri Gesuiti
Un gruppo famiglie o singola famiglia: si può far riferimento all’Ufficio di Pastorale famigliare; alcune giovani famiglie curano cammini sull’affettività per questa fascia di età
“Semplicemente casa”: sperimentabile direttamente per piccoli gruppetti; anche solo condividendo una cena, oppure chiedendo una testimonianza a chi l’ha vissuto

Domande

  • “la convivenza è un esperimento in cui verifichiamo se andiamo bene insieme e poi decideremo”: sei d’accordo?
  • “se ci vogliamo bene che bisogno c’è di aspettare?”, cosa ne pensi
  • che rapporto c’è tra l’amore per la propria ragazza, la propria famiglia e l’amore per i poveri che il vangelo ci raccomanda?
  • Che cosa vuol dire “accogliere” in famiglia? come vivete l’accoglienza in famiglia? come vivresti l’accoglienza in una tua futura famiglia?
  • Rapporto con i genitori. Casa dolce casa: nido per spiccare il volo o gabbia? Quale immagine si ha oggi dei genitori (nelle trasmissioni televisive, nei discorsi tra giovani, per quel che vedi in giro)? Che immagine hai tu dei tuoi genitori? (può essere più opportuna una domanda indiretta su come educherebbero i loro figli come vedono le nuove generazioni). Cosa vuol dire per te “onorare il padre e la madre”?

Bibliografia
“Relazionarsi” - Se vuoi, n.5/2009
G. GHIGLIONE, Educhiamo il cuore, Leumann 1992
A. BISSI, Il colore del grano, Cinisello B. 2007 (6a ed)
A. BISSI, Il battito della vita, Cinisello B. 2002 (3a ed)
J. VANIER, Abbracciamo la nostra umanità, Bologna 2000 (ristampa 2005)
G. ANGELINI, Il figlio, Milano 1991, pp.119-124; 142-146
M. ZANZUCCHI, Io ho tutto. I 18 anni di Chiara Luce, Roma 2010
M.I. RUPNIK, Cerco i miei fratelli, Roma 1998
E. ACETI, Finestre sul mondo. I ragazzi e l’uso dei media, Roma 2004
E. SEGALINI, Donare adesso, Piacenza 1982
Le lettere di Taizè, scaricabili dal sito www. taize.fr/it

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 Scheda 8: Credo “questa” Chiesa?

La comunità cristiana

Obiettivo:  aiutare i diciottenni a dare forma compiuta e concreta all’affermazione: “io credo veramente” –  dunque ci sto, m’interessa, mi metto in gioco, ne ho bisogno anche se vorrei capire di più. Nella comunità vorrei starci bene –.
Si tratta di riempire di significato e di esperienza ecclesiale un vissuto giovanile spesso autonomo/distante  rispetto ai contenuti della vita cristiana che vengono identificati  solo con superficialità , come precetti morali.

La fede in questione: alla comunità cristiana credo veramente, anche di fronte a esperienze talvolta deludenti o comunque estranee alla mia realtà giovanile?

Contenuti: nell’immaginario dei diciottenni probabilmente c’è un’idea abbastanza confusa e generica di che cosa definisca la propria appartenenza alla comunità cristiana in relazione al fatto di professare con essa la propria fede, anche in modo esplicito, come proposto nel percorso formativo della Iniziazione Cristiana e successivamente nelle due tappe dei quattordici e diciotto anni. Senza dubbio ciò che possono dire riflette, nel bene e nel male, il loro bagaglio delle esperienze, se pur circoscritte, di vita cristiana nella Chiesa, in parrocchia, nei gruppi, nelle associazioni e in famiglia.   Non è poco dunque partire dall’esistente come memoria buona e come termine di paragone a cui dare nuovi input di significato e d’interesse.  I diciottenni hanno bisogno di capire e toccare un cristianesimo che piace, che soddisfa e rende ragione di se stesso, facendone esperienza diretta. Ci  piace  pensare che sia questo il tempo in cui si va stabilizzando nella coscienza di un giovane la percezione più o meno concreta che il Vangelo “funziona” se gli permetti di impastarsi con ciò che pensi e fai, senza tante teorizzazioni. Che i cristiani sono del vangelo la forma storica – la sua continua incarnazione, la visibilità….. la pasta… Solo allora la Comunità potrebbe veramente essere percepita come quel Corpo che ti appartiene, che ti riconosce,  che ti accetta , ti accoglie, che ti fa vivere, che ti dà molto, ti accompagna,  che conta su di te, che ha bisogno anche di te…
Se dunque ciò che della Chiesa in loro trova interesse, sintonia e fiducia merita di essere raccolto come punto forza, non possiamo disattendere anche molte criticità – forse non sempre rigorose e plausibili,  ma sintomatiche di un disagio affettivo, relazionale che, se ha generato nella loro piccola esperienza di Chiesa qualche delusione, tensione o un esplicito rifiuto, rischia di far rimbalzare anche le più belle idee che andremo a proporre sulla comunione, sulla fraternità, sulla presenza del Signore, sulla testimonianza, sul servizio pastorale, sulla partecipazione per il Regno di Dio….
Ancora: ciò  che i giovani  non sanno riconoscere e dire della Comunità Cristiana, al di là del loro approccio limitato,  è senz’altro quanto gli manca e come tale rende debole il loro effettivo coinvolgimento, ed esige un’urgente recupero formativo che supporti le scelte.
Sapendo di non poter essere esaustivi e completi nella proposta di un solo incontro sul tema,   suggeriamo l’immagine di S. Paolo della Chiesa/comunità dei credenti come  il “Corpo” (riferimento a 1 Corinti 12)  perché di immediata e dinamica interpretazione. 

Proposte

Prima tappa:  In apertura dell’incontro proponiamo un colloquio a coppie ( formate a libera scelta dei partecipanti) in cui reciprocamente ci si racconta un recente episodio/esperienza/situazione di vita nella Chiesa di cui hanno un ricordo importante che in qualche modo ha segnato la propria fede. (meglio se positivo)
In successione l’interlocutore compila durante il racconto dell’amico una scheda di sintesi raccogliendo dati narrativi, e considerazioni circa il grado di coinvolgimento e il valore che l’esperienza ascoltata ha avuto. La schede deve essere esaustiva e chiara per poterla rileggere da un terzo interlocutore nella seconda parte dell’attività, senza sapere a chi si riferisce.  Nell’intestazione della scheda bisogna prevedere una password comprensibile solo dalla coppia narrante per evitare di riprendere la scheda di uno dei due nella fase successiva della proposta.
In una seconda fase, perciò, ciascuno riceve una scheda (non identificabile) da visionare e completare, aggiungendo individualmente un simbolo di Chiesa/comunità che dica all’anonimo narratore un parere di sintesi sull’esperienza vissuta (es. per Te la Chiesa è come:  un grande albero, una palestra, un viaggio.. perché……)  vista da un amico.
In ultima istanza si restituiranno le singole schede chiamando le password riportare in cima, perché ciascuno riceva potenzialmente un piccolo contributo da un amico per la propria esperienza.

Seconda tappa: Lettura e commento semplice e breve di una pagina evangelica o come suggerito sopra, di 1 Corinti 12, 12-27, per far emergere che alla fede si è generati, la si riceve, si  è plasmati nella fede della comunità cristiana di cui Cristo è capo e lo Spirito energia di vita… per essere e fare la Chiesa del Signore, il suo popolo, la sua famiglia, il suo corpo.

Terza tappa:  Proporre una intervista vivace e scorrevole agli adulti  -  nella formula del “face to face” o in simultanea. Suggeriamo d’invitare persone capaci di un sano realismo e una appassionata esperienza ecclesiale. Potrebbero essere i diciottenni a gestire le domande intorno alle questioni più problematiche che in qualche modo frenano e appesantiscono il loro assenso a stare dentro attivamente alla vita della comunità….

Domande

  • Ti sei mai chiesto che incidenza possono avere  anche sulla tua vita cristiana gli attributi della Chiesa nel Credo che professiamo ogni domenica: Una, Santa, Cattolica e Apostolica?  forse meritano uno sguardo interessato non solo per la formazione catechistica.
  • Quale aspettativa hai nei confronti della tua comunità parrocchiale ?
  • Ora che entri di diritto nella comunità adulta di cosa vorresti essere un promotore coerente,  in forza di qualche piccola conquista e convinzione di fede che hai maturato nel percorso formativo di questi anni?

Bibliografia
Fino ai confini della terra. Un cammino di fede con le parole del papa a Sydney, Lodi 2008
ORATORI DIOCESI LOMBARDE, Vita comune. Una ricerca per la pastorale sulle comunità a tempo, Bergamo 2007
CENTRO NAZIONALE FRANCESE DELL’INSEGNAMENTO RELIGIOSO, Vivere insieme nella Chiesa. Incontri sulla comunità ecclesiale per i giovani e i loro animatori, Milano 1990
C. M. MARTINI, Liberi di credere. I giovani verso una fede consapevole, Milano 2009
E. SEGALINI, Donare adesso, Piacenza 1982
AZIONE CATTOLICA AMBROSIANA, Un cuor solo, un’anima sola. Fraternità per comunità a misura d’uomo, Milano 2006
AZIONE CATTOLICA ITALIANA,
Alta fedeltà. Giovani per una Chiesa di speranza, Roma 2006

La comunità cristiana

Obiettivo:  aiutare i diciottenni a dare forma compiuta e concreta all’affermazione: “io credo veramente” –  dunque ci sto, m’interessa, mi metto in gioco, ne ho bisogno anche se vorrei capire di più. Nella comunità vorrei starci bene –.
Si tratta di riempire di significato e di esperienza ecclesiale un vissuto giovanile spesso autonomo/distante  rispetto ai contenuti della vita cristiana che vengono identificati  solo con superficialità , come precetti morali.

La fede in questione: alla comunità cristiana credo veramente, anche di fronte a esperienze talvolta deludenti o comunque estranee alla mia realtà giovanile?

Contenuti: nell’immaginario dei diciottenni probabilmente c’è un’idea abbastanza confusa e generica di che cosa definisca la propria appartenenza alla comunità cristiana in relazione al fatto di professare con essa la propria fede, anche in modo esplicito, come proposto nel percorso formativo della Iniziazione Cristiana e successivamente nelle due tappe dei quattordici e diciotto anni. Senza dubbio ciò che possono dire riflette, nel bene e nel male, il loro bagaglio delle esperienze, se pur circoscritte, di vita cristiana nella Chiesa, in parrocchia, nei gruppi, nelle associazioni e in famiglia.   Non è poco dunque partire dall’esistente come memoria buona e come termine di paragone a cui dare nuovi input di significato e d’interesse.  I diciottenni hanno bisogno di capire e toccare un cristianesimo che piace, che soddisfa e rende ragione di se stesso, facendone esperienza diretta. Ci  piace  pensare che sia questo il tempo in cui si va stabilizzando nella coscienza di un giovane la percezione più o meno concreta che il Vangelo “funziona” se gli permetti di impastarsi con ciò che pensi e fai, senza tante teorizzazioni. Che i cristiani sono del vangelo la forma storica – la sua continua incarnazione, la visibilità….. la pasta… Solo allora la Comunità potrebbe veramente essere percepita come quel Corpo che ti appartiene, che ti riconosce,  che ti accetta , ti accoglie, che ti fa vivere, che ti dà molto, ti accompagna,  che conta su di te, che ha bisogno anche di te…
Se dunque ciò che della Chiesa in loro trova interesse, sintonia e fiducia merita di essere raccolto come punto forza, non possiamo disattendere anche molte criticità – forse non sempre rigorose e plausibili,  ma sintomatiche di un disagio affettivo, relazionale che, se ha generato nella loro piccola esperienza di Chiesa qualche delusione, tensione o un esplicito rifiuto, rischia di far rimbalzare anche le più belle idee che andremo a proporre sulla comunione, sulla fraternità, sulla presenza del Signore, sulla testimonianza, sul servizio pastorale, sulla partecipazione per il Regno di Dio….
Ancora: ciò  che i giovani  non sanno riconoscere e dire della Comunità Cristiana, al di là del loro approccio limitato,  è senz’altro quanto gli manca e come tale rende debole il loro effettivo coinvolgimento, ed esige un’urgente recupero formativo che supporti le scelte.
Sapendo di non poter essere esaustivi e completi nella proposta di un solo incontro sul tema,   suggeriamo l’immagine di S. Paolo della Chiesa/comunità dei credenti come  il “Corpo” (riferimento a 1 Corinti 12)  perché di immediata e dinamica interpretazione. 

Proposte

Prima tappa:  In apertura dell’incontro proponiamo un colloquio a coppie ( formate a libera scelta dei partecipanti) in cui reciprocamente ci si racconta un recente episodio/esperienza/situazione di vita nella Chiesa di cui hanno un ricordo importante che in qualche modo ha segnato la propria fede. (meglio se positivo)
In successione l’interlocutore compila durante il racconto dell’amico una scheda di sintesi raccogliendo dati narrativi, e considerazioni circa il grado di coinvolgimento e il valore che l’esperienza ascoltata ha avuto. La schede deve essere esaustiva e chiara per poterla rileggere da un terzo interlocutore nella seconda parte dell’attività, senza sapere a chi si riferisce.  Nell’intestazione della scheda bisogna prevedere una password comprensibile solo dalla coppia narrante per evitare di riprendere la scheda di uno dei due nella fase successiva della proposta.
In una seconda fase, perciò, ciascuno riceve una scheda (non identificabile) da visionare e completare, aggiungendo individualmente un simbolo di Chiesa/comunità che dica all’anonimo narratore un parere di sintesi sull’esperienza vissuta (es. per Te la Chiesa è come:  un grande albero, una palestra, un viaggio.. perché……)  vista da un amico.
In ultima istanza si restituiranno le singole schede chiamando le password riportare in cima, perché ciascuno riceva potenzialmente un piccolo contributo da un amico per la propria esperienza.

Seconda tappa: Lettura e commento semplice e breve di una pagina evangelica o come suggerito sopra, di 1 Corinti 12, 12-27, per far emergere che alla fede si è generati, la si riceve, si  è plasmati nella fede della comunità cristiana di cui Cristo è capo e lo Spirito energia di vita… per essere e fare la Chiesa del Signore, il suo popolo, la sua famiglia, il suo corpo.

Terza tappa:  Proporre una intervista vivace e scorrevole agli adulti  -  nella formula del “face to face” o in simultanea. Suggeriamo d’invitare persone capaci di un sano realismo e una appassionata esperienza ecclesiale. Potrebbero essere i diciottenni a gestire le domande intorno alle questioni più problematiche che in qualche modo frenano e appesantiscono il loro assenso a stare dentro attivamente alla vita della comunità….

Domande

  • Ti sei mai chiesto che incidenza possono avere  anche sulla tua vita cristiana gli attributi della Chiesa nel Credo che professiamo ogni domenica: Una, Santa, Cattolica e Apostolica?  forse meritano uno sguardo interessato non solo per la formazione catechistica.
  • Quale aspettativa hai nei confronti della tua comunità parrocchiale ?
  • Ora che entri di diritto nella comunità adulta di cosa vorresti essere un promotore coerente,  in forza di qualche piccola conquista e convinzione di fede che hai maturato nel percorso formativo di questi anni?

Bibliografia
Fino ai confini della terra. Un cammino di fede con le parole del papa a Sydney, Lodi 2008
ORATORI DIOCESI LOMBARDE, Vita comune. Una ricerca per la pastorale sulle comunità a tempo, Bergamo 2007
CENTRO NAZIONALE FRANCESE DELL’INSEGNAMENTO RELIGIOSO, Vivere insieme nella Chiesa. Incontri sulla comunità ecclesiale per i giovani e i loro animatori, Milano 1990
C. M. MARTINI, Liberi di credere. I giovani verso una fede consapevole, Milano 2009
E. SEGALINI, Donare adesso, Piacenza 1982
AZIONE CATTOLICA AMBROSIANA, Un cuor solo, un’anima sola. Fraternità per comunità a misura d’uomo, Milano 2006
AZIONE CATTOLICA ITALIANA,
Alta fedeltà. Giovani per una Chiesa di speranza, Roma 2006

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 Scheda 9: Servire i poveri... è difficile!

I poveri, la carità

Obiettivo: intuire che l’accostamento ai poveri è un cammino di fatica e che questo cammino forma la mia esistenza

La fede in questione
So che la mia fede mi chiede un servizio ai poveri... ma è difficile! Che cosa vuol dire servire i poveri? Quanto tempo prezioso mi porta via? Perché fare tutto questo sforzo, spesso ben poco ripagato?

Contenuti
La povertà è la capacità di spogliarsi di quelle cose che non sono essenziali. C’é chi si trova senza queste stesse cose ed è povero; c’é chi invece la povertà deve “cercarla” perché ha intuito che per il tesoro nel campo puoi spendere la tua vita (Mt 13, 44-46).
C’é una povertà subìta che spesso abbrutisce e c’é una povertà cercata che arricchisce (“Conoscete la benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi della sua povertà”: 2 Cor 8, 9) ed è cercata solo a partire dal tesoro nascosto o dalla perla preziosa trovata.

Proposte
Esperienze: la raccolta Caritas diocesana del primo sabato di quaresima (si può pensare, oltre a far servizio nei supermercati, anche a svolgere l’importante lavoro di raccolta); “Spezziamo il pane” per il Corpus Domini; una proposta di raccolta alimentare casa per casa in un paese del vicariato; visite ad anziani (nel paese, nel quartiere, in una casa di riposo).
Testimonianze: i “Lavoratori credenti”, l’Associazione “Il Samaritano”, gli operatori del Centro d’ascolto Caritas...
Discussione a partire dalla parabola del Buon Samaritano (Lc 10, 25-37): la carità ti costituisce perchè: ti obbliga a spendere soldi, a dare qualcosa di te stesso; ti obbliga a dare fiducia agli altri (dimensione del gruppo); ti obbliga a cambiare i tuoi piani, e anche questo è un modo di spogliarsi di sé.

Domande

  • Oggi ho vissuto l’esperienza di mettere tutto da parte (tempo, impegni...): ma ho trovato la perla preziosa?
  • Nella mia vita per che cosa sono disposto a mettere tutto da parte? Quotidianamente di che cosa riesco a spogliarmi?
  • Riesco a mettere da parte me stesso/a per l’altro/gli altri?

Bibliografia
DIOCESI DI LODI, Un uomo aveva due figli... Proposte ai gruppi giovanili che si mettono “in missione”, Lodi [1998]
Giovani e solidarietà, a cura di M. Pollo e L. Baronio, Casale Monferrato 1995

I poveri, la carità

Obiettivo: intuire che l’accostamento ai poveri è un cammino di fatica e che questo cammino forma la mia esistenza

La fede in questione
So che la mia fede mi chiede un servizio ai poveri... ma è difficile! Che cosa vuol dire servire i poveri? Quanto tempo prezioso mi porta via? Perché fare tutto questo sforzo, spesso ben poco ripagato?

Contenuti
La povertà è la capacità di spogliarsi di quelle cose che non sono essenziali. C’é chi si trova senza queste stesse cose ed è povero; c’é chi invece la povertà deve “cercarla” perché ha intuito che per il tesoro nel campo puoi spendere la tua vita (Mt 13, 44-46).
C’é una povertà subìta che spesso abbrutisce e c’é una povertà cercata che arricchisce (“Conoscete la benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi della sua povertà”: 2 Cor 8, 9) ed è cercata solo a partire dal tesoro nascosto o dalla perla preziosa trovata.

Proposte
Esperienze: la raccolta Caritas diocesana del primo sabato di quaresima (si può pensare, oltre a far servizio nei supermercati, anche a svolgere l’importante lavoro di raccolta); “Spezziamo il pane” per il Corpus Domini; una proposta di raccolta alimentare casa per casa in un paese del vicariato; visite ad anziani (nel paese, nel quartiere, in una casa di riposo).
Testimonianze: i “Lavoratori credenti”, l’Associazione “Il Samaritano”, gli operatori del Centro d’ascolto Caritas...
Discussione a partire dalla parabola del Buon Samaritano (Lc 10, 25-37): la carità ti costituisce perchè: ti obbliga a spendere soldi, a dare qualcosa di te stesso; ti obbliga a dare fiducia agli altri (dimensione del gruppo); ti obbliga a cambiare i tuoi piani, e anche questo è un modo di spogliarsi di sé.

Domande

  • Oggi ho vissuto l’esperienza di mettere tutto da parte (tempo, impegni...): ma ho trovato la perla preziosa?
  • Nella mia vita per che cosa sono disposto a mettere tutto da parte? Quotidianamente di che cosa riesco a spogliarmi?
  • Riesco a mettere da parte me stesso/a per l’altro/gli altri?

Bibliografia
DIOCESI DI LODI, Un uomo aveva due figli... Proposte ai gruppi giovanili che si mettono “in missione”, Lodi [1998]
Giovani e solidarietà, a cura di M. Pollo e L. Baronio, Casale Monferrato 1995

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